mercoledì, novembre 08, 2006

hanno detto dei MARQUEZ

DA MUSICBOOM.IT.
Una volta Elvis Costello disse che "parlare di musica è come danzare di architettura". Paragone bislacco che di certo non va perfettamente a genio con noi critici nè volentieri a braccetto con il nostro operato. Eppure per parlare di Marquez - progetto di stanza a Cesena nel quale militano membri degli emmevubì e degli Aidoru - e, soprattutto, del suo debutto intitolato L'incredibile storia del malinteso tra il Dottor Poto e la banda dell'acqua minerale, ricorrere a Costello sembra quasi naturale.Già, perchè potrò dirvene tante adesso. Ma l'unica cosa che mi sento veramente di consigliarvi è di ascoltare il disco - che tra l'altro non è distribuito: si acquista online o ai concerti della band - se vorrete davvero farvi una idea di ciò di cui stiamo andando a parlare.
In effetti potrei dirvi che dietro il bianco predominante del packaging si cela un bizzarro concept-album - ispirato ad alcuni meccanismi discografici - riportato in una deliziosa storiella con tanto di disegni illustrati ed, in maniera più velata ma piuttosto consequenziale al racconto, nelle tredici tracce del disco. Ed a questo punto vi potrei dire del cantato sbracato che in certi passaggi ricorda Celentano per timbro e registro, oppure delle ritmiche secche ed asciutte sui cui siritagliano timidamente deliziose melodie. O, ancora, di una produzione quasi inesistente - dire low-fi sarebbe un eufemismo - come a voler intendere che ciò che conta sono solo le canzoni. E, d'altronde, fin dall'iniziale Buongiorno a voi si capisce che qui di canzoni valide ce ne sono, eccome (Blues per Teresa, Canzone per un amico, La banda dell'acqua minerale, se proprio vogliamo citare le migliori).

Tutto ciò detto, il mio invito ad ascoltarlo quanto prima non può che essere ripetuto. E forse anche a voi, nel tentativo di descriverlo ad un amico, sembrerà di accennare leggeri passi di danza dinanzi ad un'opera architettonica.



DA INDIEPOP.IT
Marquez è un progetto addensato intorno a Dario Giovannini e Michele Bertoni degli Aidoru, Andrea e Antonio Comandini degli Emmevubì. Tredici canzoni attaccate con lo scotch ad una storia sbrigativa e grossolanamente moralista su svalutazione della creatività e storture dell'ambiente discografico (potremmo quasi definirlo un regolamento di conti interno). Filo conduttore esile, tanto da necessitare esplicita illustrazione in forma scritta, per un disco al tempo stesso atipico - se raffrontato alla usuale produzione dei nomi coinvolti - e tradizionale - per la sostanza musicale e lirica. Restano poche tracce della forza ermetica degli Aidoru, molte di più della svitata (ma non troppo) ricerca melodica degli Emmevubì, che caratterizza il disco nel bene e nel male: se i testi sono pieni di quella personalità un po' furbetta che di solito rende indigesto l'indie-rock in Italiano, dal punto di vista musicale la band si impegna con successo nella ricerca della "melodia che funziona", innestata su un persitente tessuto blues. Ne esce un disco dal sapore decadente, sottilmente esterofilo, che prende in prestito armonie dai tardi Beatles di Abbey Road e le ibrida con il cantautorato della tradizione italiana virato rock attraverso il trattamento-Afterhours/Perturbazione (non saprei come altro chiamarlo, sorry), e quindi doppiamente claustrofobico. Ma la varietà dei temi, insieme alla vasta autonomia dell'album nel comparto melodico compensa ogni carenza strutturale: "Emme", indierock soffice e lineare con tastiere alla Billy Preston, le armonie vocali di "La banda dell'acqua minerale" innestate su un tessuto rock-blues che altrove assume connotati molto meno interessanti ("Pathétique"), la ninna-nanna invasa da chitarre tonanti di "Zirurdéla", il pirotecnico finale seventies di "Credi che oggi pioverà?" sottolineano un lavoro gradevole in senso tradizionale, profondamente affascinante a piccoli pezzi ma fallace nel disegno complessivo, che non cerca di trarre il meglio dalle avventure delle due band coinvolte ma ne ottiene piuttosto una sintesi normalizzata/ banalizzata.Aspettative a parte, va altresì detto che la qualità di "L'incredibile storia." ha pochi rivali nell'attuale panorama rock nazionale, soffrendo di pochissimi cedimenti (giusto qualche lungaggine di troppo, esemplificata dallo scimmiottamento di "Dear God" degli XTC intitolato "Una preghiera") e mettendo in mostra una sensibilità melodica della quale anche le radio dovrebbero accorgersi. Se questo era l'obiettivo del quartetto, missione compiuta. E' solo che si fa fatica ad immaginare un futuro per i Marquez dopo un album simile.

Ora... come si fa a perderseli domani sera??? macchè siamo dei PAZZI?!??!?

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